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14 marzo 2014

Labeo Barbus Crossocheilus Puntius Sahyadria, verso l'infinito e oltre, denisonii



By Michał Zalewski (Own work) via Wikimedia Commons

Del vecchio Puntius denisonii ne ho parlato qui, qui e qui (non si cliccano i qui perché non mi andava di ipertestualizzarli, troppo stanco, però lo fanno tutti e rende il post più autorevole anche il solo sapere che si è scritto in precendenza qualcosa che valga la pena rileggere). 

Vabbe' gli hanno cambiato il generico in Sahyadria, il cambiamento prevede pulizia filetica e ricollocazione sistematica di chi nel gruppo centrava poco. Lo specifico rimane lo stesso come anche data di descrizione e descrittore. Insomma sotto le foto, o se volete scrivere una cosa fatta giusta, ora si scrive:


Sahyadria denisonii (Day, 1865)


Fin qui la notizia è vecchia. Se siete del giro la sapete già. Ma se siete del giro e siete pure un pò nerd allora scaricatevi l'articolo da qui (stavolta funziona) e godetevi 'sta cosa  che a me piace tanto e mi ci incastro sempre come se non ci fosse un domani.
Che poi questo tipo di rappresentazioni dei rapporti tra viventi sembrano fatte per animali a simmetria radiale, tipo i ricci di mare. Secondo me un riccio di mare autocosciente coglierebbe al volo la complessitaà di questo tipo di grafica. Abbiamo mandato sonde fuoi dal sistema solare e facciamo disegni buoni per gli echinodermi.

13 gennaio 2010

Consuntivo tassonomico di fine anno (2009)


Pompei-Casa del fauno
wikmedia commons

Sulla falsa riga del post dello scorso anno , anche se un pochino in ritardo, diamo un occhiata a quello che è successo nel 2009.
Il grafico e tutti i riferimenti provengono, come l'anno scorso dal sito di Michal Miksik e Erwin Schraml.



Quest'anno sono state descritte meno specie (287) rispetto al 2008 (477) anche se c'è da dire che è aumentato il numero di taxa superiori al livelo di specie (33 contro 26) e addirittura è stata istituita una nuova sottofamiglia (nei caracidi).Ovviamente queste sono mere curiosità. Le descrizioni e le revisioni non seguono linearmente quelle che sono le nuove scoperte in natura. Possono passare anni prima che una descrizione prenda forma o che una revisione faccia ordine in taxa con un pò di confusione.

Diamo un' occhiata più da vicino a quei taxa che sono di interesse più strettamente acquariofilo. Niente di esaustivo, ci vorrebbe davvero troppo tempo, ma solo qualche segnalazione dei lavori più interessanti (ovviamente secondo la mia personalissima opinione).

Nota: per ogni lavoro ho messo, tra parentesi e in grassetto, il nome del primo autore. Va da sé che l'anno è omesso in quanto uguale per tutti i lavori. I riferimenti completi li trovate tutti nella pagina linkata sopra.


Caraciformi
Interessante la descrizione di una nuova specie a fecondazione interna (si anche i caracidi hanno evoluto questo "sistema"), con istituzione di un nuovo genere: Phallobrycon adenacanthus (Menezes). Alcuni nuovi caraciformi africani: nuovo Alestes (A.inferus, Stiassny) e due nuovi Nannocharax  (ho parlato esaustivamente qui). La complessità del clade dei caraciformi viene affrontata con una ampia indagine  e l'elezione della nuova sottofamiglia degli Heterocharacinae (Mirande). Sempre sul versante neotropicale troviamo: la descrizione di Nannostomus rubrocaudatus prima conosciuto come Nannostomus sp. "purple" (Zarske), e due nuovi Hemigrammus (Lima).

Ciprinidi  
Due importanti lavori di filetica sui ciprinidi asiatici (Liao e Fang) tra cui spicca l'elezione del nuovo genere Microdevario
Sempre nei ciprinidi di piccolissime dimensioni spiccano due nuove specie di Danionella: D. dracula e D. priapus (Britz).
Nuovi Danio: D. quagga, D. tinwini e D. aesculapii (Kullander al quale, sempre quest'anno è stato dedicato un altro ciprinide Squalius kottelati); e importante revisione del genere Alburnoides con sei nuove specie descritte (Bogutskaya).


Siluriformi
(questo taxon è uno dei più grandi al mondo e riscuote parecchio interesse sia da un punto di vista strettamente tassonomico che da un punto di vista evolutivo. Cito solo pochi lavori, ma sono veramente moltissimi)
Sul fronte Loricaridae segnalo tre nuove specie di Ancistrus: A. abilhoai, A. agostinhoi, A. mullerae (Bifi), un nuovo Parotocinclus: P. arandai (Sacramento-Soares) e un nuovo Baryancistrus: B. beggini (Lujan)
Peri i callichthydae c'è da segnalare solo Corydoras urucu (Britto)


Ciprinodontiformi  (pecilidi e killi)
Di Poecilia (achantophacelus) obscura (Scories), parlerò più in la (se ne avrò modo)
Nel mondo dei killi segnalo i molti lavori di descrizione di specie del genere Rivulus (Costa) e Nothobranchius (Wildekamp); un nuovo Aphanius: A. mesopotamicus (Coad) e l'elezione di un nuovo genere: Nimbapanchax 
(Sonnenberg). 


Anabantoidei
Della descrizione di due nuove specie del genere Betta già avevo parlato qui.
Segnalo soltanto la ridescrizone di B. anabantoides e la descrizione della nuova specie B. Midas dal Borneo (Tan).
 
Ciclidi
Tutte le novità del 2009 sono state puntualmente presentate e commentate  da Livio sul suo blog. Il rimando è d'obbligo.

Altri Taxa  
(sempre d'acqua dolce)
Nuovo genere+specie di aterinide dalla Nuova Caledonia: Bleheratherina pierucciae (Aarn)
Nuova Beaufortia dalla Cina: B. niulanensis (Chen).
Descrizione del gobide croato Knipowitschia mrakovcici (Miller).

Taxa Marini
Nuovi cavallucci marini:
Hippocampus debelius e H. waleananus (Gomon);
H. tyro (Randall).

(come detto all'inizio sono solo poche e sparute segnalazioni; ho tralasciato taxa interessanti come gobidi e condroitti e molti lavori interessanti su di alcuni pesci marini australiani; in sostanza ho preferito inserire lavori che hanno avuto a che fare con specie, che per contingenza, sono più affini alle tematiche di questo blog)

01 gennaio 2010

Codici a barre molecolari (una duplice buona notizia)

 Pseudanthias squamipinnis 
Nhobgood wikimedia commons

Assegnare "nomi" agli esseri viventi non è mai stato di gran moda. Molto spesso la domanda più educata è: "ha una qualche utilità pratica?".
In teoria la scienza non vive di "utilità pratiche" ma in questi ultimi anni la domanda ha comunque una risposta affermativa.

Mettiamola cosi: la tassonomia serve per effettuare protocolli efficienti di conservazione. Devi sapere con cosa hai a che fare, dandogli poi un nome, se vuoi "conservare" qualcosa che vive e scorrazza più o meno liberamente su questo piccolo pianeta roccioso.

Ora ci sarebbe tutta la pappardella che vede tassonomia classica VS tassonomia moderna. Ce la risparmiamo. Diciamo solo che la biologia molecolare sta dando un grosso contributo alla tassonomia attuale. Oggi i ricercatori puntano ad un'accuratezza che non sognavano nemmeno prima dell'avvento della PCR (un protocollo per "lavorare" con gli acidi nucleici messo a punto ad inzi anni '80 da un biochimico che si faceva di acidi, non nucleici questa volta).
Diciamo anche che tutto questo dualismo in verità non c'è. Nella migliore delle ipotesi le due tassonomie sarebbero comunque complementari (questa è fortemente IMHO, sappiatelo).

Cosa sono i codici a barre molecolari?

Qui trovate una descrizione ben fatta di tutta la storia.

Quella del barcoding è una cosa un pò diversa dagli orologi molecolari che si usano, sopratutto in sistematica, per vedere le distanze e i tempi di evoluzione delle specie "vicine". In quei casi infatti si usano sequenze nucleari non codificanti (i famosi microsatelliti sono l'esempio più famoso); queste stringhe di nucleotidi mutano con un tasso costante e non sono "visti" dalla selezione naturale. Ottimi per indicare l'età di una specie rispetto ad un altra.

I codici a barre, invece, sono estrapolati da sequenze codificanti preferibilmente non nucleari; cioè sono prese dal genoma mitocondriale che è singolo e lineare, e non si ibrida con la riproduzione sessuale. Questo permette di osservare un "oggetto" che muta molto da una specie all'altra e pochissimo (di solito) all'interno di una stessa specie.
Quello preso in esame dall'articolo che descrivo in questo post è un gene che codifica per il citocromo C ossidasi sub. I (un enzima fondamentale per la produzione di energia all'interno dei mitocondri)

A cosa servono questi codici a barre?

Consideriamo un'automobile.
Le componenti che più di tutte riusciamo a identificare correttamente sono quelle che fanno parte della carrozzeria. Possiamo distinguere facilmente una Fiat da una BMW. Ma sappiamo bene che in realta ciò che permette ad un auto di essere tale è il motore. Il motore però esteriormente non si vede.

Prendiamo ora due macchine con una carrozzeria identica (due specie morfologicamente molto simili) ma con un motore diverso anche se solo per una piccola differenza in cilindrata (le due specie di prima che hanno solo piccole differenze genetiche).

Il barcodiing ci permette di aprire il cofano e dare un occhiata da vicino.
Di vedere se "sotto" una specie nominale, una stessa "carrozzeria" secondo la tassonomia classica, si nascondono specie diverse, popolazione parzialmente isolate e molto altro ancora.

Ma è possibile anche il procedimento contrario. Carrozzerie diverse stesso motore (non è difficile che una specie marina abbia un habitus giovanile anche molto diverso da quello di un adulto).

E' ora di applicare.

Le specie di pesci marini che vengono pescate con una certa regolarità per il mercato hobbistico sono circa 800. Di tutti gli esemplari pescati in natura e venduto nei negozi d'acquari di tutto il mondo il 75% è destinato al mercato acquariofilo del Nord America (una cifra precisa dei pesci pescati/venduti non c'è).
Visto che per i pesci marini la risorsa fondamentale di approvigionamento è il mare e visto che questo tipo di risorsa e suscettibile di impoverimento radicale, sarebbe cosa buona e giusta capire quale specie, di preciso, viene pescata, con quale frequenza, in che numero e in quali tempi. Questo è fondamentale per capire cosa si sta facendo e intervenire la dove è necessario prima che si facciano troppi danni.

Una corretta identificazione di una specie risulta essere il primo passo assolutamente necessario per capire come intervenire.
Un gruppo di ricercatori canadesi ha cercato di applicare il barcoding molecolare alle specie di interesse hobbistico. Il tutto è ancora in fase di studio ovviamente; ad oggi c'è ancora l'esportatore che produce diagnosi tassonomiche sommarie per la compilazione dei listini internazionali (quanti errori grossolani si vedono). Ma l'approccio è intelligente e potenzialmente risolutivo di alcuni problemi fondamentali.

Più in dettaglio è possibile dire che, delle circa 390 specie prese in esame, molte nascondo  molto più di quello che mostrano.

Ad esempio quella che viene comunemente commercializzata come Pseudanthias squamipinnis (specie distribuita in tutto l'indopacifico) è una specie che ne racchiude almeno 3 distinte: una nell'Oceano Indiano, una nel sud Pacifico e un altra ancora nelle Filippine.
Oppure la possibilità che due specie appartengano in realtà alla stessa con solo poche piccole differenze (come Zebrasoma flavescens e Z. scopas).

Appare evidente come il barcoding molecolare, in futuro, potrà giocare un ruolo essenziale nella conservazione delle specie di interesse hobbistico e, allo stesso tempo, chiarire molte delle domande sulla storia naturale delle specie prese in esame.

Mi sembrano davvero due buone notizie; ottime per iniziare il nuovo anno.

Auguri a tutti!



Steinke D, Zemlak TS, Hebert PDN (2009) Barcoding Nemo: DNA-Based Identifications for the Ornamental Fish Trade. PLoS ONE 4(7)

07 settembre 2009

Due descrizioni e una considerazione.

Due nuove specie di Betta. Siamo arrivati a 69 (o 70, dovrei controllare bene anche se in realtà non ha molta importanza). Diciamo che con la manciata di specie non descritte dovremmo stare intorno alle 80 specie totali; sempre che non ne vengano scoperte altre de novo, cosa molto probabile tra l'altro.
Sembrano tante? Beh si, in effetti sono tante. A pensarci bene sono tantissime. Per comprenderlo però dobbiamo avvicinarci e osservarli meglio.

La gerarchia tassonomica di riferimento che è più facile maneggiare, e ovviamente meno accurata, è al livello del sottordine (Anabantoidei). Non che la distinzione in famiglie non esista. Per la cronaca le famiglie degli Anabantoidei sono tre: Anabantidae, Helostomatidae e Osphronemidea (il genere Betta è afferente a quest'ultima). Diciamo però che la sinapomorfia (la caratteristica condivisa da questi tre taxa) è cosi "forte" che la tassonomia ufficiale passa in secondo piano di fronte all'evoluzione dura e pura.

[Dicevo meno accurata perché le monofilia non è del tutto provata per via di una specie vecchiotta che assomiglia più ai lucci che ad altre specie affini al taxon preso in esame ora. Non è importante comunque, era solo per precisare]

Dicevo della sinapomofia.
Mettiamola cosi: a cavallo del passaggio Mesozoico-Terziario (70 milioni di anni fa), mentre ciò che rimaneva dei grossi dinosauri combatteva le ultime battaglie di una guerra ormai persa, dei piccoli e ignari pesciolini sviluppavano indisturbati una piccola ma preziosa struttura: il labirinto.
Serviva per respirare ossigeno atmosferico e anche se sembra una sciocchezza da un punto di vista anatomico, nelle acqua dolci diede subito ottimi risultati.
Altri taxa svilupparono altre soluzioni ma questa è sempre sembrata, a me ovviamente, la più elegante.

[Da un punto di vista più generale in principio c'era il polmone. Ma il meglio di se quel tipo di struttura lo diede fuori dall'acqua producendo la straordinaria radiazione dei tetrapodi (è per questo che il taxon Pisces non esiste più alla luce della nuova cladistica; per essere valido dovrebbe includere tutti i discendenti dei pesci polmonati; anfibi, rettili, uccelli e mammiferi. Per approfondire consiglio questo).
Poi sono arrivate le branchie ma anche qui il meglio viene dato in mare dove la concentrazione di O2 è costante e il "problema" osmotico è limitato (concentrazione di sali tra acqua e sangue non troppo disimile). Le branchie funzionano bene anche in acqua dolce, intendiamoci, ma delle strutture a supporto permettono enormi vantaggi ecologici la dove l'ossigeno scarseggia.
La sequenza evolutiva temporale polmoni->branchie->altro, va per la maggiore. In realtà c'è un "problema" anatomo-funzionale in relazione al sistema circolatorio annesso alle strutture respiratorie. Ora non è il caso ma mi riprometto di ritornarci]

Il labirinto, o meglio i labirinti visto che sono due, uno per lato, sono posti in delle camere soprabranchiali, ai lati della testa. Il pesce va in superficie inghiotte aria, con le branchie chiuse, e la fa passare nei labirinti. Qui un epitelio riccamente vascolarizzato si produce negli scambi gassosi usali.
L'evoluzione non è direzionalmente lineare però. Dopo essersi diffuso qualche specie lo ha sviluppato ancora di più (alcune specie muoiono letteralmente affogate se non gli si permette di raggiungere la superficie dell'acqua), ottenendo cosi una stretta dipendenza da esso a discapito della respirazione branchiale. In altre si assiste ad una certa regressione dovuta al cambiamento di nicchia la dove c'è stata la possibilità di colonizzare ambienti ricchi di ossigeno (come i ruscelli montani).
Gli anabantoidei sono parecchio diversificati. Sono vecchi e hanno avuto tempo ; sono versatili nelle cure parentali (incubatori orali, nidi di bolle in superficie, nidi vegetali sul fondo, depositori liberi); si adattano a condizioni chimico-fisiche proibitive per altri taxa (il labirinto lo abbiamo visto ma ci sono altre modificazioni peculiari, come per esempio pinne pelviche modificate per "assaggiare" le cose con scarsa visibilità).
Eppure i generi appartenenti agli anabantoidei contano di solito poche specie. Il genere Betta spicca davvero con tutte le sue specie. Perché? Perché un genere ha cosi tante specie e altri invece no?
Contigenze, assenza o presenza di inerzia, diversità, vincoli e chi più ne ha più ne metta. Quella dei Betta è una radiazione, una punteggiatura vera e propria persino. Ma quello che è sotto i nostri occhi è un fotogramma sfuocato. Quelli precedenti lo sono ancora di più e quelli futuri sono totalmente imprevedibili. Restano le domande. Domande che non portano quasi mai a delle risposte ma ad altre domande ancora. Per continuare in un crescendo geometrico di curiosità...magari con qualche certezza, qua e la.

Ecco leggere Russel fa male. Non ci crederete ma volevo parlare di tutt'altro! Ne parlo.

Tante specie dicevamo. Quando abbiamo tante specie ci prende un coccolone. I grandi numeri ci spaventano, non li maneggiamo bene; ridurre, bisogna ridurre e raggruppare. Anzi no, prima separare, fare volume ma poi ridurre, sempre! Che mente strana quella del tassonomo. Credo perché in fondo sappia fin troppo bene che sotto sotto una tassonomia naturale esiste ed è praticata dagli organismi viventi. Esiste ma sfugge e allora le si prova tutte perché più si tenta e più aumentano le possibilità di prenderci.

Il giocattolo delle sottospecie funzionò male, almeno coi i pesci. Era come cercare di guardare un treno in corsa col microscopio. Si era fatto troppo volume e l'imperativo riduzionale era stato disatteso.
Se a destra c'è un muro, si torna indietro; e allora sotto con i gruppi di specie, i complessi di specie, i sottogeneri e qualche altro artificio che andrà di moda per qualche anno prima di cadere nell'oblio.
I Betta hanno tanto specie? Non va bene mica eh. Raggruppare si era detto.
Qui trovate una lista, credo aggiornata, dei gruppi di specie del genere Betta. Vengono chiamati complex, ed è un errore di forma. Alcune specie non appartengono a nessun gruppo, ed è un errore di sostanza.
La base che porta ad associare specie sotto uno stesso gruppo è sostanzialmente fenetica. Si assomigliano? Si? Stesso gruppo!
Non si tiene conto delle parentele evolutive. In soldoni, evolutivamente parlando, non hanno alcun senso. Eppure l'uso, e l'abuso, è ampiamente diffuso.
Questa era la considerazione nel titolo.
Ecco le due descrizioni:

Betta pardalotos

Il nome deriva da pardalis, evocato dalla spottatura sugli opercoli. Assomiglia molto a Betta chloropharynx e le due specie sono molto vicine anche biogeograficamente. B. pardalotos è stata trovata in un isola minore di Sumatra separata da un braccio di mare dall'isola principale dove è presente la specie affine. Allopatrica classica a naso. Incubatore orale comunque.

Betta kuehnei

Altro incubatore orale. Areale più esteso: Malesia settentrionale (Kelantan) e Tailandia peninsulare meridionale (Narathiwatt). Prima conosciuta come Betta sp.aff. pugnax.





Biblio

Schindler, I. & Schmidt, J. (2009): Betta kuehnei, a new species of fighting fish (Teleostei, Osphronemidae) from the Malay Peninsula. Bulletin of Fish Biology, 10 (1/2): 39-46.

Tan, H.H. (2009): Betta pardalotos, a new species of fighting fish (Teleostei: Osphronemidae) from Sumatra, Indonesia. The Raffles Bulletin of Zoology, 57 (2): 501–504

Lukas R. et al (2006):Molecular Phylogenetics and Evolutionary Diversification of Labyrinth Fishes (Perciformes: Anabantoidei)
Syst. Biol. 55(3):374–397, 2006


Goldstein, R.J. Bettas: everything about history, care, nutrition, handling and behavior. Barron's Educational Series. 2001.

25 aprile 2009

Nannocharax

I caraciformi africani sono un pò un oggetto misterioso; meno conosciuti dei cugini neotropicali hanno realizzato radiazioni quantitativamente più modeste.
Fino alla fine degli anni 80 molti autori facevano confluire in un unica famiglia (Characidae) le ~1600 specie dell'ordine Characiformes. Oggi va per la maggiore una rappresentazione sistematica che vede l'ordine suddiviso in 18 famiglie raggruppate in due subordini. Non mi addentro troppo nella sistematica perché alcune famiglie sembrano non essere monofiletiche e c'è parecchia confusione (per chi volesse farsi venire una bella emicrania rimando QUI). In alcuni casi, vedi FishBase, viene seguita ancora la vecchia sistematica di Tuegels di fine anni 80.

Quattro delle 18 famiglie totali, per un totale di circa 200 specie, sono africane:

Distichodontidae
Chitarinidae
Alestidae
Hepsetidae

Da notare solamente che le prime due, oltre a essere estremamente affini (subordine Chitarinoidei), sono anche quelle più primitive di tutto l'ordine e che, secondo alcuni autori, Hepsetidae è strettamente imparentata con un altra famiglia che è però sudamericana (Ctenoluciidae), questo a supporto della tesi secondo cui alcune radiazioni siano accadute prima della separazione fisica di Africa e Sudamerica.

La famiglia dei Distichodontidae ha circa 90 specie ed è quella che ci interessa in questo caso.
Le specie di questa famiglia hanno un ampio areale. Si va dal Gambia, Senegal, Niger, Volta, Nilo, Congo fino allo Zambesi e al lago Turkana.
Da un punto di vista trofico la famiglia dei Distichodontidae (il nome fa riferimento alle due file di denti presenti in tutte le specie) si divide in:

-erbivori e micropredatori (e.g. Nannocharax, Neolebias )
-predatori/mangiatori di scaglie e pinne (e.g. Ichthyoborus)

Ok, fatte le presentazioni andiamo al sodo.

Nannocharax Günther, 1867:

-27 specie nominali (escluse le due di questo post ovviamente)
-distribuzione in Africa centro occidentale e Nilo
-scaglie piccole e ctenoidi
-linea laterale completa
-serie di denti bicuspidi per ogni mascella

Studiando collezioni museali e supportati da nuove indagini in situ, i ricercatori si sono accorti che alcuni esemplari non rientravano nelle descrizioni delle specie già conosciute. Spesso l'habitus di alcune popolazioni è molto simile (colorazioni e bande verticali sul corpo) e fa pensare a specie già note come N. fasciatus e N. latifasciatus. Ma è molto probabile che N.fasciatus sia una specie "contenitore" di un gruppo molto più ampio che, in un prossimo futuro, potrebbe dar luogo ad un complesso di specie come avviene per esempio per le Apistogramma.



Nannocharax zebra sp.nov.

Questo piccolo caraciforme (lunghezza totale <5 cm) vive nelle acque camerunensi del Cross River. Come biotopo d'elezione ha le calme acqua di ripa poco profonde, nuotando attivamente al di sopra della lettiera.


a.Olotipo di N. zebra, fotografia in alcol
b. Disegno di R. Kühbandner.



Nannocharax usongo sp. nov.

La distribuzione di N. usongo (TL<5cm) è del tutto sovrapponibile a quella di N. zebra.
Più reofilo della specie precedente è stato osservato spesso su tronchi parzialemente decomposti in zone con un certa corrente. Sempre adeso al substrato è stato visto raramente nuotare attivamente nella colonna d'acqua.
Forma e posizione della bocca insieme alla conformazione dei primi raggi delle pelviche fa supporre uno stile di vita molto diverso dalle altre specie. Più legato al substrato anche con forte corrente.
(nota mia: questo ricorda molto specie neotropicali del genere Characidium. Sarebbe interessante vedere se questi percorsi evolutivi erano già presenti in Gondwana o se è un altro esempio di "cassetta degli attrezzi" caratteristica della nuova biologia dello sviluppo).
Il nome specifico è dedicato al biologo della conservazione, molto attivo in Camerun, Leonard Usongi.


a.Olotipo di N .usongo in alcol,
b. Disegno di R. Kühbandner,
c.Fotografia di un esemplare vivo (Photo F. Herder).


Come dicevo sopra è molto probabile che N. fasciatus nasconda molte altre specie sotto la descrizione ottocentesca di Gunther. Gli autori credono, quindi, che il genere verrà rivisitato ampiamente nei prossimi anni.

Ultima cosa: gli autori nell'articolo esplicitano il concetto di specie che hanno utilizzato (per inciso quello filogenetico secondo Kullander). Teniamolo a mente che ci torna utile per il post sui Macropodus.




Dunz, AR & UK Schliewen, 2009. Description of two new species of Nannocharax Günther, 1867 (Teleostei: Characiformes: Distichodontidae) from the Cross River, Cameroon. Zootaxa 2028: 1–19.

23 aprile 2009

Digest

E' un pò che non segnalo qualche bel lavoro tassonomico. A dir la verità il 2009 è partito un pò in sordina però qualche spunto interessante lo si trova sempre; senza contare che c'è ancora qualcosa di cui parlare su aluni lavori di fine 2008.

Segnalo velocemente. Poi ci torno con calma stasera.

- Due nuove specie di Nannocharax (N.zebra e N. usongo). Sono caracidi e sono africani. Il ramo africano dei caraciformi è meno conosciuto di quello sudamericano. Ma non per questo meno interessante.

-Descrizione del famoso barbo di Odessa (Puntius padamya).

-Descrizione di Baryancistrus beggini.

-Riesame morfologico del genere Macropodus con una segnalazione di conservazione (è del 2008).
Questo è il più interessante di tutti. Poi vi spiego perché.

Ci sarebbero anche un paio di cose interessanti su cavallucci marini e gobidi diadromi. Ma non credo di farcela.

29 dicembre 2008

Consuntivo tassonomico di fine anno (2008)

La tassonomia non è morta. Anzi, sta benissimo. Qui trovate l'istogramma relativo ai lavori eseguiti quest'anno in relazione ai taxa interessati. Il sito di riferimento è questo. Ci sono tutti i riferimenti bibliografici in ordine alfabetico (sul primo autore ovviamente).





Rispetto agli anni passati c'è stato un incremeto notevole. Dai 364 nuovi taxa del 2005 si è arrivati ai 477 del 2008. Il numero, a prima vista impressionante, racchiude in se non solo descrizioni con nomi nuovi (cioè di specie mai descritte prima) ma anche revisioni di taxa già formalmente descritti. Revisioni che molto spesso hanno visto l'uso dell'analisi molecolare affiancata all'approccio anatomico classico. Leggendo alcuni lavori (come ad esempio quello sui Macropodus), è evidente come una descrizione unificante del concetto di specie sia ancora da definire. Se la biologia molecolare riuscirà a sciogliere il nodo gordiano (euristicamente parlando lo sta già facendo), sarà solo il tempo a dirlo. L'impressione è che molti siano ancora attaccati alla vecchia diagnostica anatomica; che tutto sommato, c'è da dirlo, offre sempre un certo grado di sicurezza psicologica.
In futuro una percentuale di questi nuovi lavori sarà revisionata parzialemte oppure verrà totalmente soppiantata da altri lavori. Di alcuni lavori verà corretta la grafia dei binomi o invalidata la priorità diagnostica di alcuni caratteri. La cosa, la tassonomia intendo, funziona cosi (e per fortuna).

Il grafico non lascia adito a dubbi. I pesci delle acque interne l'hanno fatta da padrone anche quest'anno. Ciprinidi, ciclidi, loricaridi e gobidi sono sul podio e, a parte alcune specie di gobidi, sono tutti taxa d'acqua dolce.

Scorrendo i titoli escono fuori un paio di curiosità.
I tassonomi più prolifici sono:
l'australiano Gerald Allen con 14 articoli, sopratutto pesci marini;
il sudamericano Costa con 10, ciprinodontidi neotropicali;
l'asiatico Ng (qualcuno sa come si pronuncia?) con 11, siluriformi asiatici ;
Randall con 11, ossei marini.
Il campione è però Last con 23 lavori tecnici pubblicati riguardanti in special modo i pesci cartilaginei.

La scorsa è stata veloce e ho preso in considerazione solo il primo nome sul riferimento. Quindi sono cifre estrapolate per difetto (Costa ad esempio ne ha molti di più). La prolificità è data sicuramente dalla "facilità" con cui si costruisce un lavoro tassonomico rispetto agli altri ambiti biologici.
Anche se la data di pubblicazione non è contestuale alla fine di un lavoro (il peer reviewed ha i sui tempi e molti lavori pubblicati a inizio anno sono in realtà completati l'anno precedente) e considerando anche che alcuni articoli hanno meno di 10 pagine (bibliografia compresa), rimane comunque l'impressione che alcuni ricercatori si carichino sulle spalle una mole di lavoro impressionante.

Ma anche all'interno dei singoli articoli si possono trovare numeri importanti. Da questo punto di vista vince a mani bassi Lucinda che in un singolo lavoro ha descritto 21 nuove specie di Phalloceros (pecilidi centroamericani).
Degni di nota anche i lavori strettamente tassonomici sui ciclidi neotropicali del genere Australoheros (e qui rimando alle considerazioni di Enrico e Livio),le analisi molecolari dei ciclidi dei grandi laghi africani, le descrizioni di alcuni cavallucci marini nani e la descrizione di alcuni Etheostoma del nordamerica (a riprova che anche in zone "vecchie" si può sempre scoprire qualcosa di nuovo).

Eh si, la tassonomia non solo non è morta e sta bene, ma gli si prospetta anche una seconda giovinezza.

04 maggio 2008

Nani e Nerd (messa cosi suona male però)

Ho una bella mezz'ora libera per scrivere sul blog. Non vedevo l'ora.
Niente aggiornamenti sulle vasche domestiche però. Segnalo un paio di cose e ci faccio scappare giusto giusto un paio di riflessioni.

Chi segue la mailing list dedicata ai ciclidi nani già lo sa. Lo dico anche qui per quelli che non sono iscritti alla ML.
Il buon Lorenzo Bardotti ci ha dato dentro è ha creato davvero un gran bel sito interamente dedicato ai Ciclidi Nani . Al momento si possono già leggere diversi articoli presi dai siti di due che con i nanetti ci sanno fare (Massi e Biggia). Il tocco di Graziano (Playfish, che trovate nella barra dei link, è opera sua), completa un opera davvero interessante.
Come spiega Lorenzo nell'intro del sito una realtà del genere in Italia non esisteva. Aggiungo che il livello con cui si parla di ciclidi in generale (a parte un paio di forum come quello di AIC e quello di Cichlidpower) è scandalosamente basso e di solito si migra sui forum americani o asiatici.
Lo so che Lorenzo non ama molto i forum (lo capisco perché anche io come lui sono nato e cresciuto sul NewsGroup), ma credo che quella particolare diramazione del sito possa trovare davvero una dimensione adeguata.

Sotto un interesse superficiale squisitamente hobbistico i ciclidini sono davvero una fonte inesauribile di speculazioni teoriche. Insomma dove è possibile trovare, grandi laghi esclusi, una radiazione come quella mostrata dal genere Apistogramma? E gli adattamenti alla acque iperacide delle molte specie che abitano il Rio Negro? Senza parlare dell'estrema complessità delle cure paranteli , del mate choice e dei più variegati comportamenti sociali.
Insomma, sotto il termine ciclide nano, che dice tutto e niente, c'è molto di più. Credo davvero che valga la pena pensarli come incredibili esperimenti eco-evolutivi di madre natura che non come piccoli ciclidi adatti a nanovasche come molti si ostinano a pensare.
Conoscendo Lorenzo e il suo "team" credo che le cose possano farsi davvero interessanti!

Sostanzialemte sono un nerd.
Non so come altro potrei definire un appassionato della branca meno apprezzata della biologia.
Uno che al primo anno all'università si scaricò tutto il codice dell'ICZN invece che fare gli esercizietti di stechiometria come tutti le persone normali; o che, tra un quadrato di Punnet e un test del chi-quadrato, sfogliava avidamente le notizie in breve de Le Scienze per vedere se c'era qualcosa di nuovo sul fantomatico citocromo mitocondriale di salcazzo animale sperduto per l'africa. Vi/mi risaparmio l'estasi per le chiavi dicotomiche o l'ebrezza data da caratteri diagnostici in chiave meristica. Tutto sommato un pò di pudore dovrei ancora averlo.
Sto parlando della tassonomia se non si era capito.
Più che altro croce, e molto poco delizia, di qualsiasi zoologo/botanico che si rispetti. Ovviamente parlo della tassonomia sensu stricto senza l'accompagnamento della sistematica che di solito rende il tutto più dignitoso.
Per carità trovo illuminante collocare parentele, descrivere relazioni e "disegnare" cladi, alberi e arbusti. Ma credo che senza un valido strumento tassonomico la sistematica si ridurrebbe e mero esercizio di stile.
Il più grande difetto della tassonomia, anzi non il più grande, diciamo il secondo in ordine d'importanza, è che non si è evoluta molto. E' una scienza che si è parecchio conservata nel tempo più per mancanza di strumenti davvero rivoluzionari che per volontà specifica degli addetti ai lavori. La biologia molecolare aveva dato grandi speranze ma il contributo maggiore è stato a beneficio della sorella più bella e formosa (sistematica) lasciando a bocca quasi asciutta la racchia occhialuta (tassonomia).
Mi fermo qui perché la mezz'ora è agli sgoccioli e rischio di non arrivare al punto.
Punto che vede il bravo nerd che rovista sulla sezione di un forum asiatico e si trova linkato un titolo del genere: Assessment of traditional versus geometric morphometrics for discriminating populations of the Tropheus moorii species complex (Teleostei: Cichlidae),a Lake Tanganyika model for allopatric speciation*.
Sulla morfometria geometrica qualcosa avevo già letto ma quest'articolo a momenti mi fa cadere dalla sedia. Per due motivi.
Il primo è che i Tropheus è un genere che ha dell'incredibile (6 specie nominali e 120 morfi simpatrici per la maggior parte stabili ed ecologicamente identici!!!). Il secondo motivo riguarda il confronto tra due approcci, imho, molto diversi (tradizionale VS morfometrica).
Il solo fatto di poter lavorare su di animali vivi offre un vantaggio enorme sui tempi, sulla mole di lavoro che si può svolgere e sull'accuratezza dei dati (smanettare per più di secolo con un olotipo che gira il mondo sotto formalina non risponde propriamente ai canoni di riproducibilità).
L'articolo evidenzia come il nuovo approccio sia particolarmente adatto a situazione di specie molto vicine tra loro e con discreta affinità filetica. Il caso dei Tropheus è perfetto quindi. Questo limita molto il campo d'azione in linea generale ma lo trovo davvero uno strumento eccellente per species flock, specie politipiche e chi più ne ha più ne metta.
Ammetto di avere un pò barato. Con questo nuovo modello operativo non si possono descrivere nuove specie. Per analizzare i denti faringei e gli otoliti si deve fare ancora alla vecchia maniera.
Ma io sono un nerd...e con queste cose mi gaso ancora come un clupeide in piena frenesia alimentare.




*
M. Maderbacher, C. Bauer, J. Herler, L. Postl, L. Makasa, C. Sturmbauer (2008): Assessment of traditional versus geometric morphometrics for discriminating populations of the Tropheus moorii species complex (Teleostei: Cichlidae), a Lake Tanganyika model for allopatric speciation
Journal of Zoological Systematics and Evolutionary Research 46 (2) , 153–161.




10 ottobre 2007

Roba da matti, mi hanno tolto il giocattolo!

A systematic revision of the genus Archocentrus (Perciformes: Cichlidae), with the description of two new genera and six new species JUAN J. SCHMITTER-SOTO Zootaxa 1603: 1–78 (2007)

Il titolo è mite, nasconde fin troppo bene le sue settantotto (78) pagine piene di numeri, foto, mappe, nuove descrizioni e corpose revisioni. Ed io che sognavo ancora anni e anni di botta e risposta con Enrico sulla dicotomia Archocentrus/Cryptoheros; non è giusto!
E poi Amatitlania nigrofasciata non mi piace per niente. Sembra il nome di un orchidea non quello di uno dei ciclidi più cazzuti del mondo. Amen.
Lavoro archiviato, come priorità lo retrocedo ai bugiardini dei farmaci omeopatici, scaduti, di mia madre.

24 luglio 2007

Congochromis

Pelvicachromuis humilis Boulenger, 1916


Cuvier, con un occhio sulla Genesi e l'altro sulla natura, si sforzava di riuscir gradito alla reazione bigotta mettendo d'accordo i fossili coi testi e facendo blandire Mosè dai mastodonti


"I miserabili"
Victor Hugo
Molto spesso ci si lamenta della velocità con la quale i nomi dei pesci cambiano.
In realtà questo tipo di cambiamenti non solo sono necessari, ma sono anche un ottimo sintomo dei progressi scientifici.
Un buon esempio è la nuova revisione del genere
Nanochromis (a fine post lascio il riferimento bibliografico), accompagnata dalla descrizione di una nuova specie.


Nel 2004 Anton Lamboj, nel suo splendido libro sui ciclidi dell'africa occidentale, aveva già diviso ufficiosamente il genere
Nanochromis in due sottogruppi (cosa fatta anche per il genere Pelvicachromis):

Gruppo I:
N. consortus
N. nudiceps
N. parilus
N. splendens
N. sp. "Kasai"

Gruppo II:
N. dimidiatus
N. squamiceps
N. sp. "Genema"
N. sp. "Bloody Mary"
N. sp. "Green Speckle"

N. minor (non apparteneva a nessuno dei due sottogruppi di Lamboj)

Nel frattempo i ciclidi dell'africa centro-occidentale avevano catalizzato un rinnovato interesse nei loro confronti e nel bel mezzo dell descrizione di una nuova specie,
N. wickleri nel 2006, gli autori, M.L.J. Stiassny e U. Schliewen, tiravano le somme su quello che era lo stato dell'arte della sistematica del genere Nanochromis.
Ampliando l'intuizione di Lamboj la lista era cosi aggiornata:

N. nudiceps Group:

N, nudiceps
N. consortus
N. minor
N. parilus
N. splendens
N. teugelsi
N. transvestitus
N. wickleri


N. squamiceps
Group:

N. squamiceps
N. dimidiatus
N. sabinae

Ora, se per il nudiceps group la storia rimane invariata, per lo squamiceps gruop tutto è cambiato.
Non sono più
Nanochromis ma bensi' Congochromis e alle tre specie del gruppo se ne aggiunge un altra (Congochromis pugnatus).
Quindi:

Congochromis squamiceps
C. dimidiatus
C. sabinae
C. pugnatus


Il nuovo nome generico deriva ovviamente dalla distribuzione di queste specie in natura. Infatti tutti e due i generi (Nanochromis e Congochromis), hanno un reale di distribuzione che è ristretto, per modo di dire, al bacino idrografico del fiume Congo (gli stati interessati sono la Repubblica Centroafricana e la Repubblica Democratica del Congo).

Secondo Lamboj le differenze ecologiche maggiori risiedono nel fatto che il suo ex-"gruppo II", ora Congochromis, è meno reofilo del primo. Ma in realtà si sa davvero poco sull'ecologia di questi pesci. Speriamo che il nuovo slancio tassonomico porti con se anche nuove conoscenze sotto questo punto di vista.


Testi e articoli consultati:

Stiassny, M.L.J. and U.K. Schliewen. Congochromis, a new cichlid genus (Teleostei: Cichlidae) from central Africa, with a description of a new species from the upper Congo River, Democratic Republic of Congo. American Museum Novitates. 3576:1-14

Schliewen, U.K. & Stiassny, M.L.J.
A new species of Nanochromis (Teleostei: Cichlidae) from Lake Mai Ndombe, central Congo Basin, Democraic Republic of Congo
Zootaxa 1169: 33-46 (10 apr. 2006)

Lamboj, A. 2004. The cichlid fishes of western Africa
Bornheim: Birgit Schmettkamp Verlag, 255 pp.

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